INTRODUZIONE A “A GREEN EXISTENCE”

La Toscana ha ispirato, per secoli, innumerevoli artisti. L’ovvia ragione di questa sorta di magnetismo sta nella bellezza del paesaggio: incantevoli, morbide colline, foreste intricate, caratteristici villaggi situati sulla cima dei colli e viste mozzafiato. Se scorrete il dito tra i nomi di un elenco telefonico locale, troverete una gran quantità di nomi Nordeuropei che hanno deciso di chiamare “casa” la Toscana.
Uno degli ultimi arrivati è un giovane inglese, Jonathan Radford, e la sua storia è molto differente rispetto a quella di altri suoi conterranei, attirati dalla magica atmosfera che si respira qui. La storia di Jonathan è infatti unica. Si direbbe che non sia stato lui a scegliere la Toscana, ma il contrario: che questa terra meravigliosa l’abbia invitato o indotto a dedicare il suo talento naturale per valorizzarne il paesaggio.
Dopo aver lavorato in numerosi giardini di molti paesi europei, infatti, Jonathan è atterrato quasi per caso in un’area semisconosciuta della nostra regione. E per questa ragione la sua storia mi ha molto incuriosito. Dopo aver pubblicato la mia storia (“Too much Tuscan sun”), ho deciso che un seguito appropriato sarebbe stato proprio “A green existence”. Sono fermamente convinto che ci sia un pubblico vasto e impaziente di leggere quest’opera prima. Se qualcuno, appena un anno fa, mi avesse detto che avrei scritto un libro e che in pochissimo tempo questo mi avrebbe portato a diventare una specie di celebrità, l’avrei preso per pazzo, ubriaco, o forse solo per un inguaribile ottimista. Ma questo è ciò che è effettivamente accaduto: allora perché non tentare ancora con questo libro?
Un giorno ricevetti una telefonata da una coppia di entusiasti americani che, dopo aver letto “Too much Tuscan Sun”, volevano seguire una visita guidata da me. Così, in una bellissima mattinata novembrina, andai a prenderli al loro albergo e trascorremmo un giorno memorabile guidando attraverso il Chianti, fermandoci a visitare molti castelli, tombe etrusche, villaggi medievali e, ovviamente, enoteche. Dopo un pasto pantagruelico, li riaccompagnai alla stazione degli autobus di Siena, per salutarli. Si stava facendo buio. Attraversai la strada, intenzionato a fare una rapida passeggiata nella via principale della città. Passando davanti ad un Irish pub, sentii una misteriosa vocina nella mia testa che mi diceva: “Dario, Dario, che ne pensi di una Guinness? E’ ora di una Guinness…!”
Mi costa sempre molta fatica ignorare certi imperativi fisici, perciò girai i tacchi, spinsi la pesante porta di legno, mi diressi al bancone ed ordinai. Dopo pochi minuti ero già intento a sorseggiare una pinta e, una volta che il liquido scuro si era assestato soddisfatto nel mio stomaco, sentii il bisogno di fumare. Misi la mano in tasca, cercando invano per un po’, quando finalmente trovai una vecchia sigaretta che, miserabile, giaceva abbandonata nel taschino interno della giacca. La misi tra le labbra e chiesi al mio vicino se aveva da accendere. Stavolta era lui a dover frugare nelle sue tasche, dalle quali emerse un piccolo accendino blu che, mi disse, potevo tenere.
Scambiammo due parole. “Parli davvero bene l’Italiano”, osservai.
Scrollò le spalle. “Vivo in Italia già da un po’”. Aveva un aspetto molto inglese (i movimenti, il gesticolare, il modo in cui era vestito – un’elegante giacca di Tweed su dei pantaloni ben accostati, il cappello ordinatamente ripiegato che spuntava dalla tasca -), ricordavano un compassato, tipico gentleman. Gli dissi che ero cresciuto in Inghilterra, il che spiegava il mio leggero accento. A quel punto mi interruppe: - Sei per caso Dario?
Gli si illuminò lo sguardo di sorpresa ed incredulità, e si piegò in cerca di qualcosa nella sua borsa di pelle: il mio libro. Disse che aveva appena finito di leggerlo, lì nel pub, e che stava pensando, proprio in quel momento, che gli sarebbe piaciuto incontrarmi, un giorno…un desiderio ora soddisfatto, in pochi secondi.
La trovai una coincidenza straordinaria e, chiaramente, ordinai un’altra pinta. Cominciammo a parlare delle nostre vite, poi delle sbornie memorabili, per poi inevitabilmente passare da un argomento all’altro. Musica, politica, vita privata. Ci trovammo molto bene e il giorno dopo decidemmo di andare a mangiare una pizza.
Stavolta Jonathan portò con sé il suo manoscritto e mi chiese, senza pretese, se avevo voglia di leggerlo. E così feci, qualche settimana più tardi, mentre mi godevo il sole della Spagna. Mi ha subito colpito il modo appassionato in cui descrive il suo lavoro (il giardinaggio), che l’ha accompagnato prima in Inghilterra poi, seguendo il suo cuore, in Spagna, e infine in Italia, dalle Alpi scendendo gradualmente verso il sud della Toscana. “A green existence” non è la solita autobiografia: di certo non è il resoconto di qualche ricco emigrante che decide di trasferirsi in Toscana per un lussureggiante pensionamento. E’, piuttosto, una ferma dichiarazione d’amore e di attaccamento a Madre Natura. E’ la storia di un ragazzo i cui spostamenti l’hanno condotto in Toscana, dalla quale poi non si è più spostato.
Tra le righe leggiamo durezza e sofferenza, e la malinconia e la solitudine di un’intera generazione. Nonostante questo, Jonathan rappresenta anche un tipo di persona “in via d’estinzione”. L’entusiasmo che ha per la semina, la potatura e la crescita, tutto quel duro lavoro e la noia che richiede l’attesa di veder fiorire un giardino: questo è il suo pane quotidiano, e può essere visto come una missione volta a rendere il nostro mondo noioso, antisettico e telematico più colorato, più gioioso, più vivo.
Alla fine di questo libro conoscerete molto bene Jonathan. Potrete inoltre capire che, secondo il suo punto di vista, il nostro incontro nel pub e la salda amicizia che ne è venuta fuori non sono state delle semplici coincidenze. Al contrario…

Dario Castagno